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08/07/10

misoginia



Da piccola spesso desideravo essere un bambino. Non per futili questioni sessuali, ma perchè per un bambino di 6 anni la vita è più semplice ed emozionante. Spesso, guardando mio fratello crescere pensavo : " voglio essere un maschio!" A loro i grandi non dicono mai nulla, possono urlare, saltare e fare la pipì in strada se gli scappa. I maschietti se dicono una parolaccia nessuno si scandalizza, non devono indossare calze fastidiose  o ridicole decorazioni nei capelli. Possono essere antipatici e dispettosi senza sentirsi colpevoli. Non devono essere aggraziati e timidi e soprattutto nessuno gli impone di giocare con le bambole. Io odiavo giocare con le bambole. Le mie compagne di scuola inventavano storie assurde di cui spesso mi sfuggivano le dinamiche, riproducevano situazioni da soap opera e ruoli sociali che io non comprendevo. Mentre le mie amichette passavano le ore a vestire e svestire dissolute donnine di plastica dalle forme prorompenti, dai sorrisi smaglianti e dal trucco pesante, io spesso sbadigliavo e guardavo fuori dalla finestra. A volte le odiavo talmente che finivo per mangiucchiare le estremità del loro corpo. Cannibalismo ludico. Un esercito di barbie mutilate. Così appena potevo uscivo fuori dalla rosa villetta a  tre piani che la mia amica aveva nella sua cameretta, regalo di un natale fortunato di cui lei si vantava, e prendevo la bici. La mia compagna fastidiosamente felice preferiva restare nella sua stranza dalle decorazioni floreali e istruire le sue bionde e teutoniche ragazze sull'arte dell' esistenza. Ascensori rosa che arrivavano al terzo piano tirati su da un cordoncino. Alta tecnologia e perfezione architettonica. Vasca idromassaggio e palestra personale. Sembrava la riproduzione in scala della vita di Paris Hilton. Io scappavo dalla casarosa e tornavo dai miei. Cercavo di spiegare loro che era una noia giocare alla mamma e la figlia, che preferivo il mio albero. Abitavamo in campagna e io ero sola. Preferivo la solitudine alla vita artificiale di uomini e donne alti una quindicina di centimetri, senza volontà propria. Avrei voluto partecipare con mio fratello e  gli altri maschietti alla spedizione di caccia alle lucertole che si teneva in giardino, ma non mi ero esercitata abbastanza nei discorsi. Non sapevo come convincerli e poi non volevo che a quelle povere creature venisse tagliata via la coda. Dopo la prima volta mi tenni alla larga da quei giochi sadici, io che avevo il mio esercito di formiche personali. Desideravo essere un maschio, non un killer di animali a sangue freddo. Così di tanto in tanto salivo sul mio albero in giardino e immaginavo di essere un gatto per raggiungere la cima. Cercavo i punti di appoggio ideali, i rami resistenti che avrebbero potuto reggere il mio peso, per arrivare sempre più in alto. Ad un certo punto mi arrendevo e con la schiena appoggiata al tronco aspettavo impaziente che la colonia spuntasse fuori dalla corteccia. Eccole! Eccole che puntuali spuntano da quel ramo, diligenti e in fila! Le mie amiche con le antenne dritte mi salutano  e io le accolgo tra le mie mani. Qualche volta un mio gesto poco attento interrompeva la sistematica vita di qualche malcapitata, come una mamma maldestra che fa male senza rendersene conto. Loro erano la mia unica certezza, il mio appuntamento fisso. Cercavo di addomesticarle, le osservavo con cura mentre obbedienti esploravano quel morbido deserto che era il palmo della mia mano. Lissù tirava sempre un vento fresco e le foglie producevano una ninnananna rassicurante. Io speravo di non crescere mai, così sarei potuta salire sempre fin lassù. Volevo essere un maschio per avere forza fisica sufficiente e penzolare con i piedi nel vuoto e le mani attaccate al ramo più forte, ma non ci sono mai riuscita. Ogni volta che saltavo giù mi facevano male le caviglie. Quando nelle domeniche pomeriggio estive guardavo i telefilm del giffoni film festival, le storie d'amore mi annoiavano. Facevo il tifo per l'immancabile ragazzino sfigato che si trasforma in supereroe e vendica tutti. Facevo il tifo per il ragazzino che sapeva volare, perchè io lo sapevo fin dall'inizio che lui sapeva volare davvero. Erano gli altri stupidi a non capirlo. Nessuna sorpresa insomma. Anche io sapevo volare, addomesticavo formiche, volevo bene ai miei amici invisibili,che riuscivano a stare in tre in uno spazio di pochi centimetri e volevo bene anche al mio cane. Giocavo spesso con mia cugina ad essere un cane, una famiglia di bestiole in cui io non volevo essere nè figlia nè madre. Volevo essere un fratello. Fingevo di essere un cagnolino maschio simpatico e impacciato a cui alla fine succedeva qualcosa di brutto. Come il bimbo con l'asma nel film di IT. Lui era il mio eroe. Quelle maledette pallottole d'argento. Poi dopo aver intrattenuto a fatica noiose relazioni sociali immedesimandomi in animali di ogni tipo, cercavo tra le foglie del mio giardino le lumache. Io e la mia amica bionda del piano terra organizzavamo spesso, su una panca di legno laccata di rosso, la corsa di queste letargiche creature. Io selezionavo con cura le corridrici migliori e cercavo di motivarle come fa un bravo coach. Ma il più delle volte perdevo o la corsa si interrompava per cause di forza maggiore. Odiavo la mia bionda e riccioluta amica quando mi mollava sul più bello per tornarsene a casa o quando con un'aria di superiorità mi diceva: "guarda la mia lumaca mi cammina anche sul braccio! " Io non ne ero capace, le lumache erano viscide e mi facevano impressione. E poi non le sapevo motivare a dovere.Un giorno mi spaventai a morte. Dopo l'ennesima ritirata durante una gara olimpica importante di molluschi, cominciai a desiderare che alla mia amica succedesse qualcosa di poco carino, che non poteva mollarmi così perchè doveva andare ad indossare il vestitino della domenica e aggiustarsi i ricci.  Se la mia amica fosse stato un maschio non avrebbe dovuto aggiustarsi i ricci e avrebbe potuto continuare a giocare con me. Mentre la odiavo con impegno, le rimase un pezzetto di carne tra l'anulare e il mignolo incastrato nel tagliarba. Era stata colpa mia. Crescendo mi sono sempre trovata nel mezzo, a 14 anni pensai che se fossi stata un ragazzo i miei amici mi avrebbero accettato nella loro crew senza problemi, invece visto che ro una ragazza mi interrogarono sui nomi di tutti i cantanti hip hop americani del momento. Gli feci un'ottima impressione, ma durante una gara di freestyle mi presero in giro e ci rimasi male. Non sapevo controbattere. Ma io volevo starmene con loro a disegnare graffiti, non mi interessavano le mie amiche che parlavano delle loro esperienze con i ragazzi. Non mi interessava raccontare cose oscene come facevano loro.  Volevo essere un ragazzo, ma non perchè amassi il genere femminile. Lo odiavo. Ecco perchè sono cresciuta fuoriluogo, con il tempo ho assimilato grazia e stereotipi di questa società omologatrice. Sono una brava ragazza dolce, gentile e a modo, ma spesso ho forti attacchi di misoginia.