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02/06/08

In Sala

Siamo debitori verso Garrone e Saviano per la loro denuncia della camorra. Ma non ci sono solo loro

"La moglie di un altissimo dirigente dell'economia nazionale ha dichiarato che Gomorra fa male all'Italia. Le classi dirigenti, sia quella economica sia quella politica e al loro seguito la corte mediatica e culturale (tanto di sinistra! Ma si sta già trasformando perché, al solito, "Francia o Spagna purché se magna"), le hanno fatto certamente un bene maggiore, visti i risultati. Ma è inutile polemizzare con lor signori, vediamo le cose dal basso e dal concreto del funzionamento della nostra società. Il film Gomorra, quasi religioso nella sua austerità, compostezza e coerenza e nel suo rifiuto degli effetti speciali e del sangue gratuito (e anche della musica: che meraviglia, un film senza le sviolinate e tammurriate di Piovani e Morricone, ma con la musica della realtà, con suoni e rumori – anche atroci – della vita comune), è un capolavoro, che conferma il grandissimo talento di Matteo Garrone. Il regista è stato autore qualche anno fa dell'Imbalsamatore, che già fotografava i dilemmi di un paese stretto tra le proposte speculari di una vita normale e inginocchiata o di una anormale e sovreccitata, tra un bene e un male parimenti squallidi, tra un'amorale ignavia e un'amorale arroganza. Gomorra è quasi un miracolo e il pubblico l'ha capito: vi assiste in un silenzio assorto e quasi sbalordito, come se fosse per la prima volta di fronte a una faccia tutt'altro che oscura della nostra società. Ci sono state nel nostro cinema centinaia di opere che hanno denunciato la mafia, la camorra e altre storture secondo i modi di un'indignazione gridata e superficiale, recitata, di una narrazione codificata anche nelle sue convulsioni tra fiction e giornalismo. Gomorra le seppellisce d'un botto, così come il libro da cui è tratto ha fatto dimenticare per un po' il bieco cronachismo televisivo e l'ipocrisia del 90 per cento del nostro giornalismo. Inoltre il film di Matteo Garrone, in buona parte autonomo rispetto al libro di Roberto Saviano, ha stabilito un metodo di lavoro: l'integrazione di una troupe non venale e mai cialtrona, come invece sono quasi tutte le troupe romane a tutti i livelli; l'incontro assiduo e convinto con chi su un territorio attivamente opera e soffre; l'ascolto della realtà e non la sovrapposizione a essa di pregiudizi e ideologismi (e se non si fanno i nomi, tanti e pluripremiati, è solo per carità di patria e "di sinistra"). Ci voleva un grandissimo talento, ma anche una grandissima saggezza e maturità etica e politica per procedere in questo modo, controcorrente rispetto agli opportunismi mercantili e parapartitici o alle beceraggini narcisistiche dei nostri presuntuosi e vacui, vecchi e giovani Autori. Gomorra restituisce la speranza nella possibilità che anche in Italia, nonostante la stupidità e la corruzione di questo ambiente, possa trovar fiato un cinema vero e necessario. E non si tratta solo di cinema. Resteremo debitori a Saviano e a Garrone della lucida interpretazione di un fenomeno come la camorra e delle sue complicità, pur nei diversi modi del loro discorso. Ma non ci sono solo loro.
Dovessi dire quali sono state le migliori e più adulte sorprese della nostra letteratura e del nostro cinema recente, dovrei ricordare l'opera di altri giovani attivi in cinema sia nella narrazione sia nella documentazione, santamente insofferenti verso le fiere delle vanità, i salottini protetti e le ciarle mediatiche. A Cannes c'era pure il film di Sorrentino su Andreotti, che non ho ancora visto ma di cui – mi fido – si dice gran bene e c'era un film apparentemente più piccolo, ma che non mi pare abbia molto da invidiare a quello di Garrone quanto a rigore e maturità stilistica e a etica dell'ispirazione e del racconto: Il resto della notte di Francesco Munzi, al secondo film dopo Saimir, che pochi hanno visto e che andrebbe recuperato almeno in dvd.  Anche questo film è perfettamente di questi anni e straordinariamente vero, bello, insieme durissimo e pieno di pietà per tutte le vittime di un contesto aberrante. Anche qui la narrazione è intrecciata. Tre blocchi raccontano tre realtà, nelle periferie della ricca Torino, chiudendo su più morti, sulla tragedia. Una famiglia mononucleare ricca e borghese, trincerata nella sua villetta collinare e malata della propria assenza di senso, la sfasciata famiglia di un ragazzo tossicodipendente, l'annaspare alla ricerca non di senso ma di radicamento e sopravvivenza di un altro piccolo nucleo parafamiliare di immigrati rumeni.  E i bambini, gli adolescenti che, come in Gomorra (ma stavolta anche quelli "bene"), appaiono le vittime designate della viltà dei grandi, come i capri espiatori di un mondo che non lascia speranza. Su questo film hanno avuto da ridire alcuni critici della fu sinistra, trovandolo troppo duro su tutto, anche sugli immigrati. Non esito a dire che le responsabilità – tante e disparate – del disastro del nostro paese ricadono sui boss dell'economia che si ritiene non criminale (e sulle loro signore), ma anche sulla confusione morale della fu sinistra e dei suoi portavoce intellettuali."

( Articolo di Goffredo Fofi tratto da www.internazionale.it )

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